Quindici miglia a sud di Fairbanks, Alaska

Da millecinquecento metri di altezza sopra la conca del fiume Chena che accoglie Fairbanks, la più grande città all’interno dell’Alaska, gli incendi che dilagavano nel Sudovest del centro urbano erano chiaramente visibili. Ruggivano e divampavano nella notte allargandosi in ogni direzione, indifferenti all’abbondante pioggia portata dal vento. Il fuoco era concentrato vicino al nuovo deposito delle attrezzature dell’aeroporto internazionale di Alyeska. Eddie, Mercer e Mike Collins riuscivano a distinguere i movimenti convulsi dei mezzi e delle persone che cercavano di domare le fiamme. I lampeggianti sui veicoli di emergenza giravano all’impazzata. Dall’alto sembrava che il numero di veicoli antincendio fosse pateticamente inadeguato per quella devastazione così estesa: almeno un paio di ettari erano coperti dalle fiamme e da nere nuvole di fumo.

“Cristo, ma cosa sta succedendo laggiù?” chiese il quarto uomo che era a bordo dell’elicottero, un sergente incaricato dal colonnello Knoff di tenere i contatti tra Eddie Rice e gli altri due Huey che si trovavano circa un chilometro davanti a loro.

“Un cazzo di diversivo” rispose Mercer dal sedile posteriore del JetRanger. “Si direbbe che da Fort Wainwright non riceveremo nessun aiuto.”

Prima di lasciare Elmendorf, il colonnello Knoff aveva suggerito di mandare un convoglio di polizia militare dal campo di aviazione di Fort Wainwright a Fairbanks sulla Dalton Highway in direzione delle stazioni di pompaggio numero cinque e sei. Anche Mercer era d’accordo, poiché sapeva che i tre elicotteri avrebbero raggiunto le stazioni di pompaggio molto prima della polizia militare, ma se per caso Kerikov era già partito, sarebbe incappato nei mezzi dell’esercito.

Un’emergenza come quella dell’incendio che stava divampando là sotto, agli occhi del governo locale avrebbe sicuramente avuto la precedenza sulla missione di Mercer. Tutti i soldati disponibili a Wainwright sarebbero stati certamente utilizzati per controllare la folla, cercare i dispersi e fornire assistenza medica. I tre elicotteri in volo verso nord dovevano cavarsela da soli.

Mike Collins sedeva accanto a Mercer e guardava fuori dal finestrino, con la faccia schiacciata contro il plexiglas per osservare quella devastazione. Aveva le labbra serrate e muoveva continuamente le mani per la tensione. “Ma quei pazzi si rendono conto che in quel deposito ci sono quasi mille tonnellate di cariche sismiche e altri esplosivi?”

“Probabilmente sì” rispose impassibile Mercer.

“Questo non è uno scherzo.” Collins si voltò e guardò Mercer dritto negli occhi.

“Mike, lo so che non lo è, ma ti garantisco che questo è solo un diversivo, il vero spettacolo deve ancora iniziare. Kerikov sapeva che scoprendo che le comunicazioni con le stazioni di pompaggio erano interrotte avremmo reagito, e sta cercando di portarci fuori strada.”

“E come lo sai? Come fai a sapere che il suo obiettivo non era l’incendio?”

“Perché so come ragiona quello stronzo, e questo incendio non è abbastanza grosso per lui.” Mercer avrebbe voluto continuare, ma il sergente lo interruppe. Il colonnello Knoff voleva parlargli. Mercer si mise la cuffia. “Colonnello Knoff, mi dica.”

“Ho appena ricevuto una comunicazione prioritaria da Waynewright. Hanno bisogno dei nostri elicotteri per evacuare i feriti da Anchorage. Le strutture di Fairbanks sono allagate e hanno bisogno di ogni velivolo disponibile per portare i feriti a sud e i dottori e le medicine a nord.”

“Negativo. Dobbiamo andare avanti.”

“Lei stesso ha detto che questa potrebbe essere una perdita di tempo, Mercer. Laggiù delle persone stanno morendo e hanno bisogno di noi.”

“Non ci sarebbe nessun incendio se una delle stazioni di pompaggio non fosse stata attaccata. È un diversivo, colonnello, e nient’altro.”

“Un diversivo che è già costato ventitré vite umane, dottor Mercer” rispose astioso Knoff.

“La mia missione ha la precedenza. Mi dispiace. Mercer non ci sta.”

“Bastardo figlio di puttana” disse Mike Collins, e si voltò di nuovo verso il finestrino, mentre la città di Fairbanks spariva sotto il fondo piatto dell’elicottero.

Mercer rimase in silenzio con le braccia incrociate sul petto e lo sguardo assente e impenetrabile. Ma dietro quella facciata la sua mente si agitava febbrile. Si chiese se stava facendo la cosa giusta o se invece, rifiutando di mettere a disposizione gli elicotteri, stava mandando a morte degli innocenti.

“Mercer, c’è una chiamata di Andy Lingstrom” disse Eddy in cuffia. “Dice che dalla stazione numero cinque non risponde nessuno, ma che la sei è in linea, con una squadra ridotta all’osso che aspetta istruzioni. Chiede se deve mandare degli uomini alla cinque.”

“No! Gli uomini rimasti non devono lasciare la stazione sei per nessun motivo. Verrebbero fatti a pezzi molto prima di arrivare alla sala di controllo. La numero cinque è in mano ai terroristi. Sergente, chiami il colonnello Knoff e gli dica che l’obiettivo è la stazione di pompaggio numero cinque. Eddie, tra quanto saremo là?”

“Abbiamo un’altra ora e venti di volo. Queste condizioni meteo sono davvero impossibili, e gli Huey sono ancora più lenti di noi, soprattutto se sono carichi.”

“Merda! La stazione cinque è bloccata ormai da diverse ore ed è possibile che Kerikov se la sia già squagliata.”

Il tempo rallentò. Ogni volta che Mercer ruotava leggermente il polso per dare un’occhiata al suo orologio, la lancetta dei minuti aveva percorso un tragitto più breve del precedente. Il sussulto ritmico delle pale del rotore sopra la sua testa aveva un effetto soporifero che lo intontiva svuotandogli la mente di ogni pensiero e lasciandogli solo la percezione del rombo del motore del JetRanger in sottofondo e del borbottio di Eddie che ogni tanto comunicava via radio con i due Huey. E poi arrivarono i pensieri, densi e fatti soprattutto di paure e dubbi, ma anche di profonda stanchezza, una sensazione di ruvido bruciore che rendeva doloroso anche il movimento delle palpebre quando chiudeva gli occhi. Era sveglio da ventidue ore, ma non era quello a metterlo in difficoltà.

D’un tratto la ricerca dell’ignoto e della conoscenza che era stata la sua ragione di vita e che lo aveva fatto diventare quello che era non sembrava più così importante. Aveva voglia di dire a Eddie di virare e di tornare ad Anchorage. In fin dei conti quello non era un problema suo, non era la loro battaglia. Fin troppe volte aveva messo in gioco la sua vita per un ideale e una fede che non riusciva nemmeno a definire e alla quale non riusciva a dare un nome.

Quella era la parte peggiore. Aspettare. Ci si era già trovato in quella situazione, e proprio con Eddie, ma anche con altri, a tuffarsi a capofitto in ogni genere di situazione rischiosa. La paura gli opprimeva lo stomaco come un macigno, mentre il dubbio si manifestava con un insistente dolore alle tempie. Da tempo aveva smesso di chiedersi perché mai gli capitava di trovarsi costantemente circondato dal pericolo, mentre si chiedeva invece quanto ancora quella sua strana ossessione gli avrebbe permesso di rimanere vivo. Quante volte ancora avrebbe dovuto calarsi nelle viscere della terra per intervenire in emergenza in qualche miniera? E quante volte ancora sarebbe dovuto salire su un elicottero per affrontare qualcuno come Ivan Kerikov e uscirne intero? Il pessimismo si faceva strada tra le costole come un fuoco.

Dio, come sono stanco.

“Stazione di pompaggio a dieci minuti” comunicò Eddie.

Mercer si raddrizzò e fece in tempo a cogliere l’occhiata perplessa di Mike Collins, come se il capo della sicurezza gli avesse letto nel pensiero. Lo ignorò, sporgendosi per guardare oltre il parabrezza dell’elicottero. Nel buio, le luci dei due Huey dell’Aeronautica Militare brillavano come gemme preziose, una luce fredda ma confortante perché significava che c’erano altri esseri umani in quel nulla sconfinato che era la foresta sottostante: migliaia di chilometri di betulle e abeti che separavano la catena dell’Alaska dalla Brooks Range, le cui pendici erano ormai in vista. La regione era segnata da decine di fiumi, torrenti e specchi d’acqua.

“Vedi del traffico sulla Dalton Highway?”

“Per adesso niente, e la stiamo sorvolando da quasi mezz’ora. Non ho visto neanche le macchine della polizia nel punto in cui i furgoni dovrebbero essere usciti di strada,” rispose Eddie. “È come se la strada non esistesse.”

“Chiama Knoff, digli che siamo quasi arrivati.”

“Già fatto, i suoi si stanno buttando nella mischia.”

“Bene. Voglio che tu rimanga indietro di almeno un paio di chilometri fino a quando non saranno atterrati e Knoff ci darà il segnale di via libera. Se Kerikov e i suoi sono ancora lì, gli uomini di Knoff dovrebbero essere in grado di tenerli a bada. Non credo si aspetti una rappresaglia così massiccia per lo show di fuochi d’artificio che ha allestito a Fairbanks.”

“Vorresti dirmi che hai superato il tuo desiderio di morte?” scherzò Eddie. “L’ultima volta che abbiamo volato insieme mi hai fatto atterrare al centro di un’esplosione nucleare due minuti prima dello scoppio della bomba.”

Mercer rise. “I tagli del Governo hanno ridotto la mia indennità di rischio al di sotto del minimo sindacale. Adesso mi limito a fare irruzione nei depositi di alcolici, tranne in caso di ordini diretti del Presidente. E questo mi ricorda che avrei proprio voglia di… Che cazzo è quello?”

Un lampo di luce, simile a un raggio laser, si levò dal terreno immerso nell’oscurità così rapidamente che sembrava una linea immobile e non un oggetto in movimento. Intercettò il primo dei due elicotteri e nello scontro si generò una violenta esplosione che illuminò la sagoma dell’elicottero prima che andasse distrutto. In un baleno il velivolo iniziò a precipitare, in fiamme. Il pilota del secondo Huey iniziò una manovra evasiva quando un secondo missile Grail SA-7 sfrecciò verso il cielo sprigionando una scia abbagliante prodotta dal combustibile solido.

Noto alle forze della NATO per essere totalmente impreciso e di potenza limitata essendo caricato con soli tre chili di esplosivo nella testata, il Gray era ancora un’arma micidiale contro gli elicotteri che volavano a bassa quota, e soprattutto quelli che come gli UH-1 scaricano i gas senza raffreddarli. I missili Grail lanciati contro gli Huey non erano dotati di dispositivi criogenici che migliorano la capacità della guida infrarossa di seguire le scie di calore, tuttavia nel cielo buio e freddo dell’Alaska non avevano difficoltà a incollarsi al bersaglio. Il secondo Huey si disintegrò in un lampo.

Mercer si rese conto che si trattava di un attacco nel momento stesso in cui Eddie Rice virava spingendo al massimo le turbine e i rotori, sfruttando tutta la velocità possibile per cercare di uscire dalla portata dei missili. I rottami dei due elicotteri precipitarono come una pioggia di meteore, con i pezzi del guscio che si sfracellavano, e un turbine di combustibile, metallo e resti umani si sollevò fiammeggiante. La superficie nera e cupa della foresta fu interrotta da chiazze illuminate dai frammenti in fiamme, con gli abeti che bruciavano come fiammiferi. Ci sarebbero volute ore per domare un incendio alimentato da tutto quel carburante.

“Tieni d’occhio quei missili!” Gridò Eddie, spingendo i comandi prima in una direzione e poi in quella opposta tentando di far perdere la mira ai terroristi a terra. Il JetRanger, progettato pensando più alla comodità che all’agilità, brontolò per la guida di Eddie che sottoponeva l’intera struttura a uno sforzo che andava ben oltre la resistenza strutturale del velivolo.

“Avvistato lancio di missile a destra” gridò Mercer, guardando con morbosa fascinazione un missile che si levava al di sopra della foresta.

“Visto.” Eddie portò il JetRanger su un lato, stringendo la virata così rapidamente che l’elicottero perse quasi trecento metri di quota in pochi secondi.

Il Grail scivolò dietro la coda dell’elicottero, con la guida infrarossa che non riusciva a incollarsi ai gas di scarico. Il missile esaurì il carburante e si girò per tornare a terra. Durante la concitata manovra, nessuno di loro aveva visto che c’era un altro missile in arrivo.

Era praticamente davanti a loro, con il sensore che li cercava caparbiamente. Quando finalmente il dispositivo individuò la scia di calore che stava cercando, il missile lungo più di un metro cambiò leggermente la traiettoria abbassandosi per colpire l’elicottero dal basso.

“Oddio!” gridò Mike Collins mentre il giovane soldato seduto al posto del copilota non smetteva di urlare.

Mercer si rilassò. Il terrore che gli aveva schiacciato le costole quando i primi due elicotteri erano stati colpiti lo abbandonò, permettendogli di osservare con calma il momento della sua morte e di guardare la scena con un certo distacco.

Tra tutti e quattro, solo Eddie Rice non aveva mollato. Un istante prima che la testata colpisse l’elicottero da sotto, virò bruscamente un’altra volta, offrendo al missile il fondo inclinato. Il missile colpì il rotore di coda ed esplose.

Il grosso dell’esplosione venne deviato lontano dall’elicottero grazie alla velocità di pensiero di Eddie e ai suoi riflessi eccezionali, ma ciononostante il JetRanger era condannato. La cabina si riempì di fumo mentre l’elicottero, investito dalla violenza dell’esplosione, si ritrovò quasi rovesciato. L’impianto elettrico era saltato e un attimo dopo la turbina iniziò a perdere colpi, si riprese, e poi cedette di nuovo, mentre il carburante fuoriusciva dalle linee danneggiate. Il puzzo penetrante dell’Avgas impediva ai quattro uomini di respirare mentre lottavano per rimettersi sui sedili dell’elicottero che stava precipitando. Per fortuna non aveva preso fuoco. Non ancora.

Guidato solo dall’istinto, Eddie riuscì a rimettere dritto l’elicottero. Il fumo era così denso che non riusciva neanche a vedere i quadranti degli strumenti a pochi centimetri da lui. Gli indicatori giravano all’impazzata mentre precipitavano, con l’elicottero che ruotava attorno al suo asse in un cerchio sempre più stretto, schiacciando gli uomini all’esterno, contro la fusoliera. Eddie sfruttò quel movimento a suo vantaggio per rallentare la caduta usando la poca portanza data dal motore principale che stava ancora girando.

“Non vedo niente” gridò cercando di farsi sentire nel frastuono dell’elicottero che andava in pezzi.

Mercer si sporse in avanti, tastando nel buio fino a che sentì il freddo metallo della H&C MP-5, la pistola mitragliatrice che il sergente aveva perso quando l’elicottero era stato colpito. Raddrizzandosi, sollevò l’arma. “Copritevi la faccia!”

Puntando al di sopra della spalla di Eddie, scaricò una raffica di colpi contro il parabrezza. Il plexiglas si crepò e poi volò nel vuoto, quasi senza rompersi. Alcune schegge vennero scagliate all’interno dell’abitacolo e una di loro, grossa come un pugnale, si conficcò nella spalla di Collins, che nel frattempo aveva perso i sensi. Il vortice di vento risucchiò il fumo fuori dalla cabina portando via l’odore paralizzante dell’Avgas. Eddie riusciva a vedere di nuovo e con grande abilità le sue mani ripresero il controllo del velivolo.

“Non ce la faremo mai” gridò Eddie.

Trecento metri sotto, il terreno era un abisso nero e informe, ed era una notte senza stelle. Non riuscivano a distinguere se sotto di loro c’erano delle montagne o un soffice prato, o uno specchio d’acqua. Eddie avrebbe dovuto atterrare alla cieca, senza neanche la possibilità di fidarsi dell’altimetro per stabilire la loro posizione: si era bloccato quando erano stati colpiti.

“Là!” gridò Mercer indicando un punto alla loro sinistra.

Nel buio si intravedeva un gruppo di conifere alte e diritte le cui sommità sembravano le guglie di una cattedrale medievale. Il boschetto sembrava sufficientemente folto da attutire l’impatto dell’elicottero. Eddie virò verso di esso con il motore che sbuffava mentre il carburante rimasto bruciava a una velocità portentosa.

“Non ancora, amico. Sembra vicino, ma manca ancora almeno un chilometro” gridò Eddie. La pioggia li stava inzuppando fino alle ossa, e il sergente usò la manica della sua uniforme da combattimento per asciugare la faccia di Eddie visto che il pilota non poteva staccare le mani dai comandi nemmeno per un secondo. All’improvviso Eddie ebbe un’idea. “Voi due: le vostre porte hanno dei perni di sgancio di emergenza sulle cerniere. Toglieteli e lasciate cadere gli sportelli.”

Mercer e il sergente fecero come aveva chiesto, tirando i maniglioni rossi e dando un calcio alle porte. La pioggia invase del tutto l’abitacolo, sferzando l’aria in ogni direzione. Il vento raggiunse una velocità mortale.

“Potrò tenerlo fermo solo per un secondo, e il salto sarà a circa sei o sette metri dalle cime degli alberi, ma è il meglio che riesco a fare.”

“Non se ne parla, Eddie” gli gridò Mercer “non ho intenzione di lasciare te e Collins.”

“Mercer, o moriamo tutti nell’impatto oppure forse riesco a salvare voi due. Non costringermi a bruciare anche quella possibilità, cazzo.”

Mercer non si oppose alla decisione di Eddie. Aggrappandosi al bordo dell’apertura, con i vestiti che gli sbattevano addosso per il vento, seguì la manovra di Eddie che li portava al limitare del bosco, poco al di sopra delle cime degli alberi. Da terra, rimbalzava assordante l’eco del rimbombo del rotore. Visti da vicino gli alberi non erano così fitti come gli era sembrato. In molti punti, tra un albero e l’altro c’erano ampi spazi vuoti, e se si fossero buttati da quell’altezza si sarebbero spappolati. Teneva stretta la MP-5 in attesa del segnale di Eddie, con una mano aggrappata al bordo dell’apertura mentre il vento tentava di risucchiarlo nel vuoto.

“Ora!” urlò Eddie, lottando con tutte le sue forze per trattenere l’elicottero a mezz’aria per qualche istante. Quindi virò per allontanare il JetRanger, in modo che al momento dell’impatto del rotore contro gli alberi, i frammenti non facessero a pezzi Mercer e il sergente.

Il soldato esitò per un attimo, aspettando il momento in cui l’elicottero aveva iniziato a girare. Quel ritardo gli fece mancare la cima dell’albero che aveva individuato e il suo corpo precipitò nel vuoto prendendo velocità e piombando a terra a oltre cento chilometri l’ora. L’impatto gli sfracellò il cranio, la spina dorsale, le costole, le spalle, le anche, le braccia e le gambe. Era già morto prima di poter percepire le ferite.

Mercer aveva tenuto d’occhio Eddie ed era saltato giù nel preciso istante in cui l’afroamericano aveva aperto la bocca mostrando i denti gialli, senza aspettare di sentire l’ordine. Precipitò per poco più di tre metri prima di finire sulla cima di un albero particolarmente alto. Mentre cadeva i rami più sottili lo colpivano e lo facevano sobbalzare senza pietà, ma almeno gli rallentavano la caduta. Colpì il primo ramo grosso con la spalla, e sentì la corteccia ruvida e squamosa raschiare il giaccone di pelle.

Precipitò in basso, frustato dai rami che gli scorticavano le mani e la faccia: un ramo lo colpì all’addome togliendogli il respiro e un altro alla coscia, facendogli perdere la sensibilità dall’inguine fino alla punta dei piedi. Il terreno si avvicinava a una velocità paurosa. Ogni colpo era un tormento, l’albero lo straziava come una belva feroce, eppure gli stava salvando la vita. Finalmente, dopo più di dieci metri di autentica tortura, cadde su un ramo più robusto. Annaspò per cercare di aggrapparsi con le mani senza riuscirci, ma poté afferrare il successivo, arrestando la sua caduta.

E poi sentì il rumore del JetRanger che si sfracellava, con le pale del rotore che falciavano le punte dei rami degli alberi più vicini per poi staccarsi e volare via in una devastazione di pezzi di legno e ramoscelli scagliati in ogni direzione. Un pezzo di pala sfrecciò come una sciabola a pochi centimetri da Mercer, che decise di non sfidare la sorte un’altra volta e si lasciò cadere, ritrovandosi accartocciato per terra.

L’elicottero colpì gli alberi con una tale violenza che la coda si staccò e scavò una buca profonda due metri. Il resto del velivolo rimase impigliato tra le chiome di un gruppo di alberi ravvicinati, con la fusoliera che dondolava pericolosamente sospesa a sei metri da terra, mentre i rami si riassestavano nella loro posizione naturale.

Mercer giaceva supino. La pioggia che gli colava in faccia era leggermente acida per il contatto con gli abeti. Gli bruciava gli occhi e lo costrinse a voltarsi. Gli ci volle un minuto per recuperare la forza necessaria ad alzarsi, lamentandosi per il dolore alle spalle e alla schiena che scricchiolavano per riprendersi dallo sforzo che avevano dovuto sopportare. Quando sentì distintamente una voce che chiamava aiuto reagì immediatamente raccogliendo da terra la pistola mitragliatrice che era caduta non lontano da lui, e si avviò a passo spedito. Il terreno era disseminato di frammenti metallici e rami appena recisi.

A una decina di metri trovò il corpo maciullato del sergente. Gli bastò una rapida occhiata per capire che non poteva essere stato lui a lanciare quella richiesta di aiuto. Avanzò ancora e raggiunse il relitto, o per meglio dire, ci arrivò proprio sotto. Alzando lo sguardo vide la cabina del JetRanger accartocciata sopra la sua testa, bloccata da un folto intrico di rami. Eddie chiamò di nuovo, poi tossì e sputò.

“Eddie, che cazzo fai là sopra?” Mercer si sforzò di dare un tono leggero alla sua voce. “Non lo sai che quando uno precipita di solito arriva a terra?”

“Ehi, qualcuno ha preso la targa del camion che mi ha investito?”

“Come stai?”

“Non c’è male, direi. Un ramo si è infilato nell’abitacolo e mi ha fatto saltare una decina di denti. Credo di avere la mandibola fratturata. Cazzo, credo di essere diventato brutto come te.” Eddie fece una pausa, lottando contro lo stordimento che lo assaliva a ondate. “Collins non ce l’ha fatta. Ha il collo spezzato.”

“Anche il ragazzo non ce l’ha fatta. Ma due su quattro è meglio di niente. Sei stato grande. Ce la fai a resistere fino all’arrivo della cavalleria? Non saprei proprio come fare per tirarti giù.”

“Non preoccuparti per me, ma se ce la fai, tira dritto e vai ad ammazzare quei bastardi, fallo per me.”

“Non importa se ce la faccio o no, la pagheranno.” La voce di Mercer aveva un tono spietato. La molla della sua determinazione era appena stata caricata e i dubbi di poco prima erano spariti. “Eddie, il sergente aveva con sé un giubbotto da combattimento, era accanto ai suoi piedi. Lo vedi?”

“Aspetta.” Dopo un secondo Eddie lo chiamò. “Sì, l’ho trovato.”

“Buttalo giù. Mi farà comodo. Ma tieniti la pistola.” La pesante attrezzatura precipitò rumorosamente colpendo i rami, rischiando di rimanere appesa un paio di volte prima di atterrare a pochi passi da Mercer. La raccolse, infilandosi le cinghie di nylon sopra le spalle e fissando la cintura attorno alla vita. C’erano un coltello, un kit per il pronto soccorso, una torcia, una preziosissima bussola e quattro caricatori di scorta per la mitragliatrice.

“Eddie, ci vorrà un po’ prima che l’Aeronautica mandi una squadra di soccorso. Dubito che fossimo visibili sul radar quando i missili ci hanno colpiti. Ma quando arrivano, usa la Beretta per segnalare la tua presenza. Conosci la richiesta di soccorso, sono tre colpi ravvicinati. Se io dovessi fallire alla stazione di pompaggio e Kerikov manda una squadra per accertarsi che nessuno di noi sopravviva, prima di farti sentire controlla di chi si tratta.”

“Te la caverai?”

“Te lo racconto domani davanti a una bottiglia alla Great Alaskan Bush Company” scherzò Mercer, alludendo al locale di strip-tease più famoso di Anchorage.

“Però paghi tu” rispose Eddie ridendo, ma Mercer aveva già calcolato la sua posizione con la bussola ed era sparito.

Il rumore della pioggia mascherava il fruscio dei suoi movimenti tra gli alberi consentendogli di tenere un buon passo. I suoi occhi erano molto sensibili alla luce, perciò riusciva a farsi strada anche nella penombra, evitando i tronchi caduti, i rovi e qualsiasi ostacolo che poteva rallentarlo. Calcolò che Eddie doveva aver volato per circa due miglia dal punto in cui i missili erano stati lanciati, quindi non temeva di incappare in qualche pattuglia di ricognizione.

Ignorando il suo corpo dolorante, dopo mezz’ora aveva già raggiunto la Dalton Highway arrampicandosi per trecento metri sulla salita impervia. Chiamare quella un’autostrada era pura presunzione: non era altro che una striscia di ghiaia compatta che era stata tracciata per i collegamenti durante la costruzione della Alaska Pipeline. Mercer era sfinito e aveva i vestiti completamente inzuppati di sudore e di pioggia. La temperatura era appena sopra lo zero e bagnato com’era correva un serio rischio di cadere in ipotermia, con la pelle che disperdeva il calore corporeo fino al sopraggiungere del collasso e della morte.

La condotta correva dall’altra parte della strada, sostenuta dai VSM, le strutture verticali di supporto. Nell’oscurità, il tubo da un metro e venti di diametro bagnato dalla pioggia sembrava un enorme bruco che si allungava verso nord e verso sud, i cui contorni si perdevano all’orizzonte. La ghiaia era stata compattata da anni di viaggi di camion e rimorchi carichi di materiali che andavano e venivano dai giacimenti di Prudhoe Bay. Il ciglio della strada era tappezzato di piante di epilobio e delle sue innumerevoli spighe di fiori color porpora mezze bruciate dall’estate e simili a scheletriche dita.

Da qualche parte sulla destra di Mercer doveva esserci la stazione di pompaggio numero cinque, in mano a un numero imprecisato di terroristi armati di razzi e di chissà quali altre armi, mentre alla sua sinistra si apriva un tratto di strada che tornava verso l’abitato. Ancora un paio di chilometri e avrebbe trovato aiuto, il tepore della casetta di un ranger, una tazza di caffè bollente, un letto. Tolse la sicura alla H&K e voltò a destra, continuando a nord verso l’ignoto, confidando nella sua vista eccezionale e nel suo istinto sperando di non cadere in un’imboscata.

Quei due chilometri diventarono tre e poi quattro, e poi cinque. Mercer era lucido ed economizzava le energie per poter continuare a correre. Non riusciva a ricordare un’altra occasione in cui si fosse sentito così esausto, sia mentalmente che fisicamente. La sua vitalità stava calando e con essa la sua capacità di coordinazione. Si accorse che inciampava sempre più spesso e che barcollava in avanti e a un certo punto cadde a terra e i sassolini gli si conficcarono nella carne già martoriata dei palmi delle mani.

Disteso sulla strada bagnata e scivolosa, con la faccia contro il terreno e gli occhi chiusi per il dolore e la stanchezza, udì il rumore inconfondibile di un camion che metteva in moto il motore, accelerando per poi stabilizzarsi mentre si avviava. Alzò lo sguardo e attraverso la foschia vide dei fari che si allontanavano nella notte. Se fosse stato appena un po’ più veloce si sarebbe trovato tra le braccia della retroguardia di Kerikov. Il veicolo si stava dirigendo a nord, verso la stazione di pompaggio numero cinque.

Mercer non era sicuro se quello fosse il segnale che Kerikov stava per lasciare quella posizione oppure che non temeva più un attacco da terra dalla Dalton Highway e quindi spostava i suoi uomini in una posizione più difensiva. Lo assalì un senso di rinnovata urgenza. Se Kerikov lasciava la stazione di pompaggio, Mercer avrebbe perso la sua occasione, ma con la sua pistola mitragliatrice non poteva fare granché contro un convoglio di camion. Se fosse stato un veicolo solo avrebbe potuto provarci, ma era sicuro che Kerikov aveva usato almeno quattro camion per trasportare un numero sufficiente di uomini e di attrezzature che gli consentisse di impossessarsi della stazione e schierare uomini armati di lanciamissili. Se voleva tentare di eliminare Kerikov prima che se la svignasse di nuovo doveva arrivare alla stazione prima che la evacuassero.

I suoi passi si fecero più leggeri e saldi mentre ricominciava a correre, ancora più concentrato di prima. La pioggia stava aumentando e trasformava la ghiaia in pantano e la terra argillosa si incollava alle suole dei pesanti scarponi. Cercava di camminare lungo il bordo, dove la strada era un po’ più compatta e solida. Superata una curva cieca attorno a un torrione di roccia che gli ostruiva la visuale verso nord, Mercer si tolse rapidamente dalla strada rotolando sul ciglio in leggera pendenza fermandosi in un canale di sfogo dove scorreva un rigagnolo di pioggia. Davanti a lui c’era la stazione di pompaggio, illuminata da potenti lampade alogene montate su un camion che inondavano il basso edificio e la zona circostante di una luce lattiginosa. E d’un tratto Mercer capì il motivo per cui Kerikov aveva deciso di correre il rischio di attaccare direttamente la condotta.

C’erano sei camion che si stavano avvicinando al tubo, due dei quali avevano una gru montata sul pianale e stavano depositando lunghi e dondolanti involucri cilindrici sull’oleodotto. Uomini e donne si affannavano tutto attorno e anche a quella distanza Mercer riusciva a sentire le loro grida e le loro imprecazioni. Ecco a cosa serviva l’azoto liquido. Kerikov lo stava piazzando attorno al tubo, incapsulando alcune tratte strategiche di quei millecinquecento chilometri di oleodotto con il gas refrigerante per tentare di arrestare il flusso di greggio. Quella doveva essere l’ultima tratta, pensò, fatta con le bombole che avevano rimpiazzato quelle che erano a bordo della Jenny IV.

Guardando più da vicino mentre la camicia protettiva della condotta veniva tagliata con la fiamma ossidrica e la sua gemella veniva posizionata, Mercer si rese conto di quanto avessero agito con astuzia. Se non l’avesse visto con i suoi occhi, non avrebbe notato niente di strano nella sezione di tubo modificata. E chissà quanti tratti della condotta erano stati rivestiti di azoto liquido.

Avanzò strisciando nel fosso invaso dall’acqua e dal fango, costringendosi a ignorare la pioggia, il freddo e il dolore. Anche con le giacche di tela cerata gialla e i berretti inzuppati, Mercer riconobbe un paio degli attivisti del PEAL che aveva visto al bar di Valdez. Si muovevano con la precisione di una squadra di montatori esperti, issando su un camion le sezioni originali della camicia. Ci sarebbero volute settimane dal momento del rilascio dell’azoto liquido all’interno del rivestimento truccato per scoprire il punto del sabotaggio, e anche allora chi mai avrebbe creduto a un piano così diabolico?

Ricordandosi di quello che aveva detto Andy Lindstrom sul congelamento del greggio nella Trans-Alaska Pipeline, era ipotizzabile che la PEAL si sarebbe accontentata di bloccare il flusso nella condotta per tutti i mesi necessari a rimuovere il greggio solidificato e a rimpiazzare le sezioni danneggiate, ma Mercer faceva fatica a credere che Kerikov si fosse speso per un atto di eco-terrorismo tanto simbolico quanto insignificante. Doveva esserci dell’altro, qualcosa che Mercer non riusciva ad afferrare. Il lamento continuo della turbina della stazione di pompaggio era insistente come il trapano di un dentista, che continua a lavorare a dispetto di tutto quello che succede attorno.

Quello che sentì sulla nuca era un anello del diametro di esattamente nove millimetri. Dietro la canna della Uzi che gli premeva sulla pelle c’era uno degli assassini tedeschi assoldati da Kerikov. Mercer non l’aveva sentito avvicinarsi, era troppo preso da quello che stava vedendo, e mentre intrecciava le dita dietro la schiena si maledisse per non essere stato abbastanza attento.

“Alzati!” gli ordinò il tedesco, e mentre si alzava gli disse di farlo lentamente, mentre allontanava all’indietro la pistola per impedirgli di girarsi di scatto e afferrare la canna. Quell’uomo sapeva esattamente come trattare un prigioniero.

Mercer si mise in piedi e si voltò, lasciando che la H&K penzolasse dalle cinghie contro il suo petto. Vedendo l’arma il tedesco fece involontariamente un passo indietro, stringendo più forte l’arma che teneva in pugno. Col piede sinistro scivolò di un paio di centimetri sul fango che si era formato sul bordo del fosso, spostando per un attimo la concentrazione dal prigioniero al suo equilibrio. Mercer usò il vantaggio che aveva previsto con precisione e quando l’uomo scivolò lui era già in movimento.

Si spinse in avanti colpendo l’uomo dal basso con un pugno in modo che la Uzi si spostasse verso l’alto, puntando innocua verso gli alberi. La ferita del proiettile che Burt Manning gli aveva sparato la sera dell’aggressione gridò con rinnovato dolore mentre i lembi di pelle si riaprivano e il taglio ricominciava a sanguinare copiosamente. Per la spinta entrambi gli uomini caddero nel fosso, il tedesco bloccato nel fango dal corpo di Mercer. Mercer caricò il braccio destro e lo colpì quanto più forte poté con uno, due, tre pugni alla mascella. Il tedesco era a malapena cosciente, e Mercer non ci pensò due volte. Tenne la testa del criminale immersa nell’acqua del rigagnolo sul fondo del fosso fino a quando il corpo non fu completamente immobile.

Solo a quel punto Mercer si rese contro che il cuore gli batteva all’impazzata per la paura e che ansimava pesantemente come se non riuscisse ad inspirare abbastanza ossigeno. L’adrenalina in circolo gli faceva contrarre spasmodicamente le dita. Sdraiato con la schiena impantanata nel fango ruotò il collo e aprì la bocca, lasciando che l’acqua fredda gli scivolasse in gola alleviando la sete feroce causata dalla tensione nervosa. Si riposò per un momento, quindi si tolse dal fango per controllare se lo scontro aveva attirato l’attenzione di qualcuno degli uomini che lavoravano alla stazione di pompaggio.

Sbirciando oltre il bordo vide che nessuno si era accorto di niente. Erano ancora impegnati a fissare l’ultima batteria di azoto sulla condotta. Il rumore della turbina dentro l’edificio e il rombo dei motori diesel dei camion dovevano aver coperto il rumore che aveva fatto Mercer uccidendo la sentinella.

Senza preavviso, un getto di terra esplose in faccia a Mercer gettandogli la ghiaia negli occhi, tappandogli le narici e riempiendogli la bocca. Si rannicchiò abbassandosi a terra e dopo un istante sentì il rumore degli spari di una mitragliatrice. Alla sua sinistra un’altra raffica sollevò il fango dal terrapieno, così vicino che poté sentire il calore dei proiettili che colpivano il terreno. Era inchiodato a terra e molto vulnerabile. La mossa successiva toccava a chiunque si trovasse dietro quel mitra.

“L’uomo che hai appena ucciso era un ex membro della polizia segreta tedesca e aveva ricevuto il migliore addestramento possibile con il sostegno dei sovietici. Devo congratularmi con le capacità delle forze speciali americane. È stato molto in gamba.” La voce che usciva dal buio era spessa e gutturale, con le parole scandite così chiaramente che erano svuotate di qualsiasi emotività. “Ciononostante, non credo che tu sia a prova di proiettile. Butta la pistola lontano da dove ti trovi, metti le mani sopra la testa ed esci da quel fosso.”

Colto di sorpresa due volte in due minuti, Mercer lanciò la Heckler & Kock e si alzò. A una decina di metri di distanza, appena fuori dal perimetro della stazione di pompaggio, sulla strada vide accendersi una torcia che illuminava la pioggia che cadeva battente. L’uomo che lo aveva visto aveva potuto osservare tutta la scena, ma non era intervenuto, neanche quando avrebbe potuto colpire Mercer senza difficoltà mentre affogava il tedesco. Non capiva perché gli era stata risparmiata la vita, ma sapeva che il motivo non sarebbe stato piacevole.

“E allora dimmi,” la luce della torcia ondeggiava mentre l’uomo si avvicinava a Mercer, “sei un soldato d’assalto dell’esercito o sei un Marine? So per certo che il tuo governo non ha avuto il tempo di attivare una squadra di SEAL o un’unità Delta e mandarle in Alaska così in fretta.”

“Mi dispiace deluderti, ma nessuno si aspettava che foste così pericolosi da giustificare l’invio di soldati veri. Io sono un capo gruppo dei Boy Scout. Mi chiamo Costante Pericolo. E non sono neanche un soldato, sono un geologo.”

Una raffica di proiettili da nove millimetri maciullò il terreno davanti ai piedi di Mercer, con le pallottole che colpivano le rocce e rimbalzavano sibilando nel buio della foresta. Non poteva fare altro che restare lì mentre la terra attorno a lui veniva invasa da quella ferocia inaudita.

“Sono venuto per dare un’occhiata e la mia sentinella mi ha detto via radio che aveva trovato un intruso, ma non avrei mai sperato che fosse lei, dottor Mercer. Non immagina quanto io sia contento di avere la sua vita nelle mie mani. Lei morirà di una morte agghiacciante, caro geologo. Glielo posso assicurare.” Mercer capì che erra stato catturato da Kerikov in persona.

Dopo qualche secondo gli si affiancarono due uomini che gli tolsero bruscamente le mani da sopra la testa e gli bloccarono i polsi con del nastro adesivo stringendo così forte che non gli circolava il sangue nelle mani e nei polsi. La canna di un fucile puntata contro le reni lo spinse verso la sagoma scura di Kerikov. Da quella distanza le spalle massicce del russo stagliate contro la Dalton Highway apparivano enormi.

“È un anno che aspetto questo momento” disse Kerikov mentre una delle sue guardie teneva Mercer davanti a lui. “Quando ho saputo che era stato lei a mandare all’aria l’‘Operazione Vulcano’, ho pensato di assoldare un sicario per ucciderla nella sua casetta di Arlington, ma poi ho deciso di aspettare l’occasione per farlo personalmente.”

Mentre Kerikov parlava sulla sua bocca si disegnava una smorfia crudele e i suoi occhi cerulei brillavano come pezzi di vetro. Persino in quel momento di trionfo non mostrava alcuna emozione. L’abbinamento delle sue parole con la sua espressione era innaturale e lo rendeva molto più spaventoso di quanto lui stesso desiderava.

Per quanto fosse disgustato da Kerikov e dalla malvagità che emanava, Mercer non aveva alcuna intenzione di darlo a vedere. Non avrebbe ceduto alla paura, non ancora, non davanti al russo. “Se non hai di meglio da fare che dedicare la tua vita a vendicarti di una nullità come me, penso che dovresti rivedere gli obiettivi della tua carriera, Kerikov. Sei patetico.”

Kerikov lasciò cadere il fucile sulla strada e si lanciò in avanti, caricando il colpo dondolando la mano destra. Colpì Mercer al mento con una tale forza che gli occhi gli si rovesciarono all’indietro. Sarebbe rimasto svenuto per ore.

“Portate questo sacco di merda sull’elicottero,” ordinò Kerikov ai suoi uomini. “E dite al pilota di prepararsi a partire.”

Kerikov si allontanò e tornò verso gli edifici della stazione di pompaggio, massaggiandosi di nascosto la mano destra. Sussultò mentre rimetteva a posto una nocca lussata, ma il dolore non rallentò la sua andatura.

Le operazioni sulla condotta erano quasi concluse. Stavano posizionando l’ultimo spezzone di camicia contenente l’azoto liquido sotto la condotta, con le due metà aperte per poterle fissare attorno al tubo. Il caposquadra fece un cenno al gruista. Questi sollevò il bancale che sosteneva lo spezzone di tubo truccato seguendo abilmente le indicazioni dell’attivista della PEAL che stava in piedi sulla condotta. Appena il fondo della batteria di azoto toccò il lato inferiore del tubo, il gruista lo alzò di qualche decina di centimetri e le due metà si incastrarono automaticamente, rivestendo un altro tratto di sei metri della condotta Trans-Alaska con più di due tonnellate di azoto superrefrigerato, tenuto sottovuoto da una sottile guarnizione. I bulloni a scomparsa vennero fissati chiudendo le due metà della camicia, e un’altra sezione era pronta per subire l’attacco di Kerikov.

Un tecnico donna si arrampicò sulla condotta mentre alcuni operatori sganciavano la gru. Con un computer portatile, attivò il congegno elettronico inserito nella batteria caricata di azoto, sintonizzandolo sulla frequenza per la detonazione indicatale da Kerikov. Verificò anche che rilevasse i minuscoli trasmettitori montati sulle altre batterie che la PEAL aveva posizionato in modo che venissero attivate in una sequenza predeterminata, una catena che avrebbe causato il danno maggiore. Con le dita mezze congelate, controllò i circuiti primari e i backup, verificando che non ci fossero contatti o rischi di corto circuito. Staccò il computer dalla presa montata sulla camicia del tubo e poi rimosse la presa stessa in modo che rimanesse visibile solo un cavo filiforme. L’azoto che si sarebbe sprigionato e una piccola carica esplosiva avrebbero distrutto tutti gli altri dispositivi elettronici e alla fine sarebbero rimasti solo qualche frammento di plastica e qualche cavetto. La batteria era pressoché impossibile da individuare. Alzò il pollice per dire al caposquadra che era tutto in ordine.

“Quella era l’ultima, Jan.” Gridò il caposquadra a Voerhoven che era in piedi poco più in là.

Kerikov si avvicinò a Voerhoven, chiedendosi tra sé come diavolo faceva l’olandese a non essere morto assiderato visto che indossava solo una maglietta e una giacca a vento leggera. “Di’ ai tuoi di raccogliere tutto. I camion dovranno essere distrutti e dovrete salire tutti a bordo della Hope il più presto possibile. Quando domani faremo uscire l’azoto voglio che siate tutti di nuovo a Valdez, innocenti come degli scolaretti.”

Farli tornare a bordo della Hope entro il mattino successivo avrebbe anche reso più semplice e rapido il compito di Abu Amal di ucciderli tutti. Il macellaio arabo voleva ucciderli uno alla volta o in piccoli gruppi, ma Kerikov aveva deciso che far esplodere la nave era la soluzione migliore.

“Sono stati più efficienti di quanto ti aspettassi, vero?” commentò Voerhoven pieno di orgoglio.

“Siete stati tutti molto in gamba” rispose Kerikov, sapendo che Voerhoven aveva bisogno di gratificare il suo ego. “Hai una squadra eccellente, e la loro lealtà nei tuoi confronti è sorprendente. Per ricambiare, vorrei regalarti questo.” Kerikov gli porse un cellulare nero. “Questo è quello che farà saltare tutti i dispositivi. Devi solo digitare il 555-2020 e poi premere il tasto verde. Il segnale arriverà ai detonatori dell’azoto entro un decimo di secondo. Hai in mano il futuro di questo paese, Jan. E con questo vorrei dimostrarti quanto ti stimo e ti ammiro. Rimarrai nella storia come uno dei grandi benefattori del pianeta.”

“Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesto, Ivan, quali potevano essere le tue motivazioni, le tue convinzioni, ma questo” disse Voerhoven stringendo il telefono, “questo mi dice molto di più delle tue parole. Quando arriverà il momento, non avrò un solo istante di esitazione.”

Kerikov aveva voglia di ridergli in faccia, ma riuscì a mantenere un tono di voce piatto e serio. “Ora devo andare. Vorrei che tu tornassi con me in elicottero. Quando si sveglierà, vorrei presentarti una persona.”

“Torniamo sulla Hope?”

“No, faremo una piccola deviazione per scaricare il mio prigioniero, e poi torneremo a Valdez.”

Mentre risalivano la strada per raggiungere l’elicottero, Kerikov chiamò Ted Mossey al terminal di Alyeska usando un altro cellulare. Il genio dei computer gli confermò che il programma originale del KGB era installato e che mancava solo il codice di attivazione per cominciare a farlo girare in tutto il sistema. Non appena Kerikov avesse inviato il codice al computer, avrebbero acquisito il controllo sui millecinquecento chilometri di oleodotto e sulle dieci stazioni di pompaggio. E una volta acquisito il controllo, non ci sarebbe stata alcuna possibilità di fermare gli eventi.